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Anthony Hopkins, un uomo d'azione d'altri tempi

Hollywood ha un modo tutto suo di considerare gli attori britannici e la lingua che parlano. Nei decenni le convenzioni del cinema hanno fatto sì che per tutto ciò che ha a che vedere con i racconti in costume si prediligesse l’attore britannico. Un po’ per lo stile teatrale di recitazione, un per l’aplomb d’altri tempi e un po’ perchè, per motivi linguistici, ad Hollywood sembrano identificare negli inglesi lo spirito americano di quando l’America ancora non esisteva.
Questo diventa ancora più vero quando si tratta di attori inglesi di una certa età come è oggi Anthony Hopkins.

Formatosi con una rigidissima gavetta e prima parte di carriera nel teatro shakespeariano come si conviene in Gran Bretagna quello che da tempo è diventato sir Anthony Hopkins arriva ad Hollywood con un ruolo da protagonista grazie al preoccupante duo David Lynch/Mel Brooks i quali lo vogliono come protagonista in The Elephant Man, la prima grande produzione del regista di Eraserhead.
The Elephant Man lo strappa ad una carriera avviata più che altro nella televisione britannica (là dove non è teatro) ma stranamente non riesce a regalargli una seconda vita ad Hollywood. Dopo aver partecipato nel 1980 al film di Lynch Hopkins torna infatti al cinema britannico (poco) e alla televisione (tanta), anche italiana interpretando Galeazzo Ciano in Io e il Duce. Troppo presto forse.

A portarlo definitivamente in America sarà prima Michael Cimino con l’omonimo remake di Ore Disperate e poi l’uomo che lo consacrerà: Jonathan Demme. E’ Demme infatti che trovandosi a dover portare sullo schermo per la seconda volta un racconto di Harris intitolato Il Silenzio Degli Innocenti decide, per il personaggio di Hannibal Lecter, di non puntare sull’attore che l’aveva già interpretato in Manhunter ma proprio su Hopkins e sulla sua fisionomia apparentemente rassicurante. Il resto è storia. Lecter diventa ufficialmente Hopkins e Hopkins per molto tempo diventa Lecter, vincolato non tanto a ruoli da serial killer quanto a parti da grande intellettuale, uomo raffinato e d’altri tempi come in Quel che resta del giorno.

A riportarlo a ruoli più vari sarà prima Morti di salute, che ne mostra le doti comiche, e poi Vento di Passioni. Da lì in poi interpreta i ruoli più vari, tornando di quando in quando a vestire i panni del cannibale, e finendo (solo per opera del tempo) ad incarnare il vecchio saggio e forte. Nonostante le apparenze infatti, lo sguardo fiero e torvo, il collo taurino e le mani nodose di Hopkins lo rendono perfetto per ruoli muscolari di uomini duri (o induriti).

Ora con Wolfman Hopkins torna a fare l’uomo d’azione di un altro tempo, cosa che è stata sempre un punto fermo della sua carriera. Dopo essere stato Van Helsing nel Dracula di Bram Stoker girato da Coppola, dopo aver vestito i panni dello Zorro originale nel film con Antonio Banderas e dopo aver partecipato a Titus, Alexander e Beowulf torna ad incarnare la vecchia guardia di un mondo dove è facile morire e si prepara per il ruolo di Odino nell’incombente Thor.

sweditor